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Monastero di Siloe, Poggi del Sasso(GR) TOSCANA

Monastero di Siloe
 
 

MONASTERO DI SILOE

Una comunità benedettina che coltiva la Maremma Toscana secondo i principi dell’agricoltura biologica

Su un colle sopra la valle dell’Ombrone, dove il lavoro della terra è parte della regola

 
 
 

Un colle che guarda il mare

Ci sono luoghi che si descrivono da soli. Il Monastero di Siloe si trova su un colle che domina la valle dell’Ombrone, con il Monte Amiata e la Val d’Orcia poco distanti e, all’orizzonte, i monti dell’Uccellina dietro i quali il sole si tuffa in mare nei tramonti dorati. Siamo in Toscana, in provincia di Grosseto, a un chilometro da Poggi del Sasso e a dieci da Paganico. Qui vive e opera una comunità di monaci che si inserisce nel solco della tradizione benedettina, riconosciuta il 18 dicembre 1997 dal vescovo di Grosseto, monsignor Giacomo Babini. Il monastero è ancora in costruzione, ma già capace di accogliere amici, ospiti e pellegrini.
 
 
 

Ora et labora: la terra come parte della regola

Nella tradizione benedettina il lavoro non è un’attività accessoria alla vita spirituale: ne è parte integrante. Da millecinquecento anni i monasteri d’Europa sono stati luoghi di coltivazione, di sperimentazione agricola, di conservazione delle sementi e dei saperi — e non è un caso se molte varietà antiche sono sopravvissute proprio dentro le mura dei chiostri. A Siloe questa eredità è viva: nei terreni che circondano il monastero la comunità coltiva la terra secondo i principi dell’agricoltura biologica, rispettando i ritmi della natura e la fertilità del suolo. Un metodo che ammette solo l’impiego di sostanze naturali ed esclude concimi, diserbanti e insetticidi di sintesi chimica. Lavorare la terra con pazienza, senza forzarla, è qui una scelta che precede ogni considerazione commerciale.
 
 
 

Custodire la biodiversità, varietà per varietà

La biodiversità è ricchezza, varietà, coesistenza di molte forme di vita animale e vegetale — ed è esattamente ciò che la globalizzazione e le tecniche di coltivazione intensiva hanno danneggiato in modo spesso irreparabile. La risposta della comunità è concreta e si misura in sementi: il grano duro Triticum turanicum, antichissimo, originario delle regioni della Mesopotamia; il farro, alla base dell’alimentazione degli antichi romani e messo ai margini da un’agricoltura che preferisce la quantità alla qualità; l’olivo nelle cultivar tipiche della Maremma, frantoiano, leccino e moraiolo; il Ciliegiolo, vitigno autoctono un tempo il più diffuso di questi luoghi e poi sostituito da varietà più note; il cece nero, legume antico quasi estinto che le famiglie più povere usavano come sostituto della carne; lo zafferano, tipico di alcune zone maremmane; e quattordici varietà di peperoncino, alcune autoctone, altre provenienti da ogni parte del mondo e qui recuperate. Non sono soltanto colture: sono memoria e identità di un territorio.
 
 
 

Rotazioni, sovescio, letame: il terreno come essere vivente

Il modo in cui si lavora un campo dice tutto di come lo si considera. A Siloe le colture si avvicendano nel tempo sullo stesso appezzamento, perché specie diverse rilasciano nel terreno sostanze diverse e ciascuna prepara il nutrimento di quella successiva: è la rotazione, tecnica antica che insieme garantisce biodiversità e rigenera la fertilità. La concimazione avviene esclusivamente con materiale organico, letame animale sparso nei campi, oppure con il sovescio: erbe mediche, trifoglio e leguminose seminate in autunno e interrate in primavera, che una volta rivoltate nella terra mantengono vivi i microrganismi e la arricchiscono di azoto. A questo si aggiunge l’impegno a non sfruttare eccessivamente suolo, acqua e aria, usandoli nel rispetto delle caratteristiche naturali dei luoghi. Il terreno, insomma, non è un supporto inerte da spremere: è un organismo da nutrire.
 
 
 

 Dal campo alla tavola, con mani artigiane

Quanto cresce nei campi del monastero viene trasformato con la stessa cura con cui è stato coltivato. Dalle vigne nasce il Vino DOC Maremma Toscana Ciliegiolo; dagli oliveti l’olio extra vergine di oliva. Dai campi arrivano i cereali — orzo, farro dicocco e grano duro Triticum turanicum — che diventano paste artigianali di orzo, di farro e di grani antichi; i legumi, con il cece nero e la lenticchia; i pomodori, trasformati in sughi freschi. E poi le due produzioni più preziose per peso e lavoro: il peperoncino macinato e lo zafferano purissimo in stimmi, raccolto fiore per fiore. Tutto coltivato con metodi naturali e lavorato artigianalmente, per preservare il gusto autentico e il valore nutrizionale delle materie prime della Maremma.
 
 
 

Il tempo dei monaci è il tempo della terra

C’è una coincidenza profonda tra la vita monastica e l’agricoltura fatta bene: entrambe richiedono costanza, misura e la capacità di aspettare. Nessuna delle due ammette scorciatoie, perché una semina sbagliata si paga un anno dopo e un terreno impoverito non si rigenera in una stagione. Forse è per questo che il cibo che esce da un monastero ha qualcosa di diverso: non nasce dalla fretta di arrivare sul mercato, ma dalla disciplina quotidiana di chi fa le cose nel modo in cui vanno fatte. Su Al Passo Food trovate i prodotti del Monastero di Siloe: la Maremma Toscana coltivata con l’attenzione che merita.
 
 
 

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