
Monastero — Coltiviamo il cambiamento, conserviamo la tradizione
Una formella del 1586 e quattro generazioni di mani sulla terra
Sul portale d’ingresso c’è una formella in pietra. La data incisa è 1586: era l’epoca in cui questa corte ospitava un antico convento olivetano, e i monaci pregavano al ritmo lento delle stagioni. Oggi, varcando lo stesso portale, si entra in Monastero, l’azienda agricola della famiglia Negri a Verano di Podenzano, sulle dolci colline piacentine.
La storia recente comincia nel 1932, quando il bisnonno Negri lasciò le aree golenali del Po per stabilirsi qui, in questa corte cinquecentesca cinta da cinquanta ettari di podere. Da quel giorno, quattro generazioni si sono passate la stessa terra, gli stessi gesti, lo stesso silenzio della campagna emiliana al mattino presto. “Siamo cresciuti insieme a questa terra”, racconta Alberto Negri. “E quando è arrivato il momento di decidere cosa farne, io e mio fratello non ce la siamo sentita di essere quelli che le avrebbero messo fine.”
Il momento della scelta
Né Alberto né suo fratello avevano sognato l’agricoltura da bambini. Si erano formati altrove, avevano vissuto esperienze all’estero, avevano visto il mondo. Ma a un certo punto — succede a chi appartiene davvero a un luogo — è arrivata la domanda che non si può rimandare: e adesso?
Hanno scelto di tornare. E hanno scelto di trasformare. Non un ritorno nostalgico, ma una rifondazione consapevole: tutta la produzione è oggi biologica certificata, perché coltivare nel 2025 non può più voler dire coltivare come si faceva nel 1932. Non sui principi, certo — quelli restano. Ma sui metodi, sulla sensibilità verso la terra, sulla responsabilità verso chi mangerà ciò che cresce qui.
Da questa scelta nasce il claim che racconta meglio di qualsiasi altra cosa il Monastero di oggi: “Coltiviamo il cambiamento, conserviamo la tradizione.”

La permacultura: progettare come fa la natura
Al Monastero non si “produce e basta”. I terreni sono pensati secondo i principi della permacultura: ogni coltura, ogni filare, ogni angolo del podere è progettato per riprodurre gli schemi e le relazioni che si trovano spontaneamente in natura. Le piante si proteggono a vicenda, il suolo si rigenera, l’acqua segue percorsi pensati per non sprecare nulla. Il risultato è un’agricoltura a impatto ambientale prossimo allo zero, dove la fatica del contadino lavora insieme alla terra, non contro di essa.
Nessuna forzatura, nessuna corsa fuori stagione. Quello che la terra è pronta a dare in quel momento dell’anno, quello arriva sul banco. Niente di più.
Cosa nasce qui
Dal podere e dalla cura artigianale dei laboratori del Monastero arrivano:
- Frutta e verdura di stagione, raccolte e portate fresche
- Sughi e passate preparati con i pomodori del campo
- Farine e pasta dai grani coltivati in azienda
- La giardiniera piacentina, ricetta del territorio
- Le uova delle galline allevate all’aperto, libere sui terreni del podere
- E una linea crescente di piatti pronti che portano in tavola la cucina contadina senza scorciatoie
Tutto a marchio Monastero. Tutto biologico. Tutto fatto come va fatto.

Il sapore di un pomodoro colto dalla pianta
Quando gli si chiede cosa significhi davvero “tradizione”, Alberto sorride: “È il ricordo di quando da bambino correvo nei campi, staccavo un pomodoro dalla pianta, lo pulivo veloce sulla maglietta e lo mangiavo lì. Quel sapore. Quella è la qualità che cerchiamo ancora oggi, ogni giorno. È quello che vogliamo arrivi a chi si fida di noi.”
Ed è esattamente per questa ragione che il Monastero è entrato nella selezione di AlPassoFood: perché dietro ogni vasetto, ogni uovo, ogni pacco di pasta c’è una corte cinquecentesca, due fratelli che hanno deciso di restare, e un pomodoro caldo di sole colto al volo tra i filari.