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Anversa degli Abruzzi (AQ), nel cuore dei grandi parchi naturali abruzzesi
Quasi 40 anni di pastorizia rinnovata, latte crudo, formaggi d’alpeggio e il pionieristico progetto “Adotta una pecora”: una storia di due lauree, mille pecore e una visione
Ci sono storie che non si raccontano in poche righe — e quella della Cooperativa ASCA di Anversa degli Abruzzi è una di queste. Siamo nel cuore dell’Abruzzo interno, in provincia di L’Aquila, in un borgo medievale famoso nei secoli XVII e XVIII per la produzione di ceramiche e oggi conosciuto come la “Porta dei Parchi” — la chiave d’accesso a quella che è stata definita la regione regina dei parchi naturali italiani: il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale della Majella, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Parco Regionale Sirente-Velino. In questo paesaggio aspro e magnifico — di alture impervie, gole calcaree, pascoli d’altitudine e borghi pietrosi — la Cooperativa ASCA ha costruito in quasi 40 anni di attività una delle esperienze più affascinanti e pioneristiche dell’agricoltura biologica italiana: una storia di pastorizia rinnovata, di latte crudo difeso a denti stretti, di formaggi d’eccellenza, di transumanze rivissute, di un agriturismo che è diventato laboratorio del gusto Slow Food, e di un’idea — quella di “adottare una pecora a distanza” — che nei primi anni 2000 fece conoscere al mondo intero l’Abruzzo dei pastori.
La storia di ASCA comincia nel 1977, quando un giovane laureato in Economia agraria di nome Nunzio Marcelli decide di tornare nella sua Anversa degli Abruzzi non per esercitare la professione di studio in città, ma per fondare un’azienda agricola. La sua tesi di laurea era stata dedicata alla valorizzazione delle aree marginali abruzzesi attraverso la diffusione dell’allevamento ovino: un progetto teorico che Nunzio aveva l’intenzione di trasformare in realtà, ispirandosi alle antiche esperienze di pastorizia di realtà limitrofe come Scanno, Castel del Monte e Pescocostanzo — paesi che per secoli avevano avuto la lana e il formaggio come economia portante, prima dello spopolamento del Novecento. Cinque ettari di terreno furono il punto di partenza; tre anni più tardi, nel 1980, il progetto venne finanziato dall’allora Cassa del Mezzogiorno, che permise la realizzazione dell’ovile, della rimessa per gli automezzi, del fienile e di un edificio di appoggio. Il piano originale prevedeva l’allevamento sia di ovini (1.000 capi) sia di bovini (100 capi); tuttavia, le asperità del terreno montano abruzzese risultarono incompatibili con animali di grossa taglia, e così si decise di focalizzarsi solo sulle pecore — scelta che si sarebbe rivelata, negli anni a venire, geniale e identitaria.
Nel 1982 arriva ad Anversa degli Abruzzi Manuela, giovane toscana laureata in Scienze agrarie all’Università di Firenze con una tesi in zootecnia sull’alimentazione degli ovini. Manuela collabora a un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Agricoltura sulle piante medicinali e aromatiche, e viene inviata in Abruzzo — regione particolarmente vocata per questo tipo di colture, come dimostra la celebre produzione dello zafferano di Navelli. L’ASCA possedeva i cinque ettari su cui condurre la ricerca, e Manuela vi si trasferisce per seguire le coltivazioni sperimentali. Da quel momento, le loro strade non si separeranno più: Manuela e Nunzio diventano compagni di vita e di lavoro, e insieme cominciano a costruire una visione che è insieme tradizione e innovazione, ricerca scientifica e passione contadina, gestione manageriale e amore profondo per il territorio.

“Non si capiva come dei bravi ragazzi potessero sprecare due lauree per stare dietro alle pecore” — racconta oggi Manuela, ricordando quegli anni difficili in cui la loro scelta apparve ai più incomprensibile, persino assurda. La scelta di andare a realizzare un allevamento ovino, all’inizio degli anni ’80, in un’area dove la pastorizia non era stata particolarmente diffusa e in un ambiente sociale e culturale che rifuggiva dall’agricoltura e dalla zootecnia in particolare, sembrava priva di senso. Era — chiarisce Manuela — “un preconcetto tipicamente italiano“, dato che in molti paesi europei (Francia, Germania, Olanda, Scandinavia) i gestori di aziende agricole e zootecniche hanno una preparazione tecnica e manageriale di tipo universitario, e l’agricoltura è considerata una professione di alta qualificazione, non un ripiego. Manuela e Nunzio capirono presto che il loro vantaggio competitivo sarebbe stato proprio la combinazione tra concezione tradizionale dell’allevamento — rispettosa delle antiche tecniche pastorali, della razza rustica locale, del pascolo estensivo — e innovazione organizzativa e gestionale: la capacità di pensare l’attività con strumenti contemporanei, di valorizzare le filiere, di costruire reti, di comunicare al pubblico. Un mix raro nel panorama italiano dell’epoca.
Negli anni ’80 ASCA si scontra con un dato di realtà drammatico: i prezzi dei prodotti tradizionali della pastorizia stavano crollando, ma con costi di produzione e di vita continuamente in aumento. Nessuno dei prodotti tradizionali della pastorizia poteva più sostenere economicamente l’azienda. Era necessario innovare radicalmente: internalizzare le fasi a maggior valore aggiunto (macellazione, caseificazione), dotarsi di strutture moderne (mattatoio, caseificio), trovare nuove fonti di reddito durante tutto l’anno. Nel 1987 — tra i primi in Abruzzo a farlo — Nunzio e Manuela diversificano nell’attività agrituristica: nasce così La Porta dei Parchi, agriturismo immerso nelle montagne abruzzesi che porta nel nome la posizione centrale tra i grandi parchi naturali della regione. L’agriturismo viene inserito nel circuito Slow Food e nei Laboratori del Gusto: l’attività ristorativa è gestita in base al principio del “mangiare informati“, per cui agli ospiti vengono spiegati gli ingredienti utilizzati, le caratteristiche organolettiche e i processi adottati per produrli. La limitazione normativa (30 posti letto, 50 a tavola) ha indotto la Cooperativa a valorizzare l’intero territorio circostante: in caso di “tutto esaurito”, la domanda viene deviata su altre aziende agrituristiche della zona e su case private del borgo medievale di Anversa, per un totale di circa 200 posti letto messi a sistema. Un esempio precoce di turismo rurale di rete.
“Si cresce nella misura in cui cresce il contesto in cui si opera” — è la frase che ha guidato Manuela e Nunzio nella costruzione di un’architettura reticolare attorno ad ASCA, basata sulla convinzione che le piccole dimensioni della Cooperativa da sole non avrebbero mai permesso di sfruttare le economie di scala né di affrontare le sfide normative. Nel 1987 nasce così l’ARPO — Associazione Regionale Produttori Ovi-Caprini, che oggi conta 176 aziende agricole zootecniche con un carico di bestiame pari a 40.000 capi. ARPO gestisce il caseificio dove molti soci apportano il proprio latte (lavorato secondo specifici disciplinari) e organizza la sezione biologica: oggi 15 aziende — tra cui ASCA — hanno ottenuto la certificazione biologica dei propri prodotti caseari. Per favorire la caseificazione anche durante l’estate, quando le pecore sono al pascolo in alpeggio sopra i 1.500 metri, l’Associazione ha acquisito un caseificio mobile che permette la produzione di formaggio direttamente in quota. Nel 1996 nasce il Consorzio di Tutela dei Prodotti Pastorali dei Parchi D’Abruzzo, che ha permesso l’acquisizione di una sala mungitura mobile trasportabile conforme alle norme UE, condotta agli alpeggi da qualsiasi trattore o fuoristrada. Nel 1998 nasce infine il Consorzio Parco Produce, tra aziende di prodotti tipici della Valle Peligna e dell’Alto Sangro, che gestisce un piccolo deposito presso ASCA e la vendita online dei prodotti consorziati — liquori, confetture, olio, vino, zafferano, miele, farine, pasta — un esempio pionieristico di e-commerce rurale italiano.

Una delle battaglie più importanti combattute da ASCA e dalla rete ARPO è stata quella del latte crudo. Negli anni ’90, le ASL della Regione Abruzzo imposero (in ossequio alle norme HACCP, da molti ritenute favorire le multinazionali agroalimentari produttrici di alimenti industrializzati) la pastorizzazione obbligatoria del latte, impedendo la lavorazione della materia prima cruda. Una decisione devastante: il pascolamento brado conferisce al latte ovi-caprino caratteristiche organolettiche ineguagliabili, e la pastorizzazione fa perdere fino al 70% di queste qualità. Sarebbe stata la fine dei formaggi tipici tradizionali — quelli che nel disciplinare descrivono profili aromatici unici, frutto della flora batterica autoctona dei pascoli d’alpeggio. Manuela e Nunzio guidarono ARPO in un confronto talvolta aspro con le ASL, finché si arrivò alla costituzione di un albo dei prodotti caseari tipici abruzzesi accompagnato da disciplinari specifici che prevedevano espressamente la caseificazione a latte crudo. Una conquista normativa che ha permesso di salvaguardare un’intera tradizione casearia regionale e che oggi continua a garantire ai formaggi ASCA l’autenticità sensoriale che li distingue.
Negli anni 2000, Manuela e Nunzio capirono che bisognava fare ancora un passo avanti: serviva un’iniziativa in grado di catalizzare l’attenzione dei media e di portare il consumatore finale a contatto diretto con l’azienda. Nacque così, con un’intuizione che fece scuola in Italia e all’estero, il progetto “Adotta una pecora, difendi la natura“. Il meccanismo è semplice e geniale: l’aspirante “genitore adottivo” versa un contributo annuo e in cambio riceve, durante l’anno successivo, i prodotti della pecora adottata — agnello, latte, formaggi, ricotta, lana e concime. Tutti i prodotti sono garantiti da marchi di qualità; ogni genitore adottivo può inoltre essere ospitato all’agriturismo per verificare di persona le condizioni dell’allevamento. I vantaggi sono molteplici: per il cliente, un risparmio sul valore di mercato e la certezza assoluta della genuinità dei prodotti; per la collettività, un ritorno sociale e ambientale grazie al coinvolgimento dell’opinione pubblica su problematiche come il degrado ambientale e l’abbandono della montagna da parte degli allevamenti semibradi. A differenza di precedenti esperienze internazionali, l’iniziativa di Anversa è stata la prima al mondo a permettere al genitore di usufruire concretamente dei beni della pecora — non una semplice donazione, ma un’economia rurale circolare. Il progetto attirò l’attenzione di televisioni, giornali e network internazionali, contribuendo a far conoscere l’Abruzzo dei pastori a un pubblico mondiale e a portare nuovo turismo nel borgo di Anversa.
Oggi La Porta dei Parchi produce circa 15 varietà di formaggi ovicaprini, ognuno con proprietà organolettiche ben determinate e legato alla dieta animale basata sulla naturalità dell’allevamento: ogni formaggio racconta un pascolo, una stagione, un’altitudine, una flora botanica diversa. Tra le innovazioni gastronomiche che hanno fatto scuola nel panorama italiano figurano due prodotti emblematici: il salame di pecora — recupero e reinvenzione di una tradizione di norcineria ovina quasi dimenticata, oggi proposta in chiave moderna — e la ricotta affumicata al ginepro, che unisce la tecnica tradizionale dell’affumicatura abruzzese alla nota balsamica della bacca di ginepro raccolta nei boschi locali. La tosatura, oltre a salvaguardare la salute dell’animale, fornisce lana biologica di altissima qualità, utilizzata in laboratorio per corsi di tintura naturale e di tessitura come tecnica di rilassamento. Tutti i prodotti ASCA sono certificati ICEA Biologici e rispondono ai più severi protocolli di tracciabilità e tutela del benessere animale.
Da quasi 40 anni Manuela e Nunzio sono impegnati ogni giorno nella sfida per un’agricoltura responsabile ed etica. Una delle iniziative che più li rende orgogliosi è la Transumanza come esperienza di vita con i pastori: ogni anno un numero limitato di partecipanti viene accolto per camminare con il gregge lungo gli antichi tratturi abruzzesi — quegli erbosi sentieri di pietra che da millenni collegano i pascoli estivi di montagna a quelli invernali della pianura, riconosciuti Patrimonio Immateriale UNESCO nel 2019. Una pratica antichissima e oggi quasi scomparsa, che ad Anversa viene mantenuta viva come esperienza educativa e culturale. Accanto a questo, la Cooperativa organizza visite per le scolaresche con “lezioni in fattoria“, stages ambientali e naturalistici, campi scuola, settimane verdi, corsi di tintura naturale della lana e di tessitura, tutto pensato per dare ai più giovani la possibilità di vivere a contatto con luoghi incontaminati e di condividere momenti di sana vita rurale ricca di valori antichi. È così che la Porta dei Parchi continua a essere — esattamente come quasi 40 anni fa — una scommessa controcorrente, e una storia che vale la pena raccontare.
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